Intervista ad Achille Castiglioni
(parte 3)
Può dare una definizione del suo lavoro?
Forse, proprio perché mio papà era scultore, un artista, un singolo che creava, io faccio la differenza con quello che è invece il mio modo di lavorare. Qualsiasi progetto non lo giudico mai come firmato da un artista, sono sempre convinto che la produzione sia legata a un lavoro di gruppo. Noi abbiamo sempre legato la nostra attività artistica al gruppo che lavora, al fine di creare degli oggetti che non sono espressione della fantasia di chi li ha progettati ma che sollecitano ad adoperarli.
Un'altra cosa che corrisponde un po' al mio modo di guardare le cose è quella che non la metto giù dura coi problemi del design, considero di fare operazioni molto pratiche, mi interessa progettare qualcosa che serva a qualcuno perché si abbia anche il piacere di comprare una cosa non solo perché è bella…
Si ispira mai a qualche altro oggetto?
Io faccio raccolta di oggetti trovati, conservo un po' di tutto, sono oggetti anonimi, prodotti anche in grande numero. Li ho tenuti da parte ogni volta che capitava un oggetto con una intelligente componente di progettazione.
Hanno una loro espressività molto particolare proprio perché sono sempre legati a una funzione.
Mi può fare un esempio?
Uno dei primi oggetti da me usati, un biberon classico, però dell'epoca di prima della guerra del 1915-1918, che è servito ad allattarmi. La grande invenzione era avere fatto un punto piatto per non farlo cadere.
Di queste cose da osservare e a cui fare attenzione è pieno il mondo.
Perché li colleziona?
Mi suggeriscono continuamente qualche cosa: tante volte è tecnologia della produzione, altre volte è il comportamento del fruitore, altre ancora il modo in cui è venduto.
Questi oggetti influiscono molto da vicino sulla mia voglia di lavorare, di giocare e di entrare nel vivo della progettazione. Insieme agli altri però, non isolandomi da solo.